Rai, Campo Dall’Orto non lo tocca nessuno. Renzi ce lo ha messo, Grillo lo difende e lui…

Rai, Campo Dall'Orto non lo tocca nessuno. Renzi ce lo ha messo, Grillo lo difende e lui...
Rai, Campo Dall’Orto non lo tocca nessuno. Renzi ce lo ha messo, Grillo lo difende e lui…

Rai in fibrillazione per la polemica, abbastanza inutile e tutta virtuale, fra Antonio Campo Dall’Orto, direttore generale, e il Consiglio di Amministrazione. Ultima battuta quella di Franco Siddi, componente del Cda, ex capo del sindacato dei giornalisti: è ora di chiamare le cose col loro nome, il piano di Campo Dall’Orto non era un piano, era una cosa così.

Ma, avverte lo stesso Siddi, è stato sfiduciato il piano, non il dg. Il Cda non ne ha il potere.

Siddi di informazione qualcosa ne capisce, ha fatto anni di gavetta ai livelli più bassi. Sul piano dell’informazione è caduto anche Francesco Merlo, firma di Repubblica e del Corriere, bravo scrittore in punta di merletto, a volte anche travolgente. Ma non vuol dire che uno che sa scrivere bene possa capire qualcosa di organizzazione produttiva. Come se avessero messo Einstein a dirigere Los Alamos.

Antonio Campo Dall’Orto non sarà stato un direttore generale della Rai di quelli che passano alla storia ma scemo non è. Sa bene che se si dimette al buio non becca un euro di buonuscita. Anzi crea un bel problema all’incauto Matteo Renzi che ce lo ha messo e al fido Gentiloni che ce lo ha tenuto. Lascerebbe loro la patata bollente di trovargli un sostituto al buio, fra pressioni di ogni tipo, in quasi campagna elettorale, gettando la Rai oltre la soglia del caos in cui dicono già si trovi, nell’iperspazio della galassia.

Campo Dall’Orto sa anche bene che dal punto di vista legale, un voto di sfiducia da parte dei Cda sul suo fabuloso fantasmagorico piano editoriale, non vale niente. Campo Dall’Orto è stato nominato direttamente dal Governo, come tutti i suoi predecessori. Quindi il Consiglio contava poco e ora conta meno di zero. Una volta il Cda della Rai era il crocevia degli appalti e il presidio del controllo che andassero alla fazione giusta.

Oggi il Cda è un salotto quasi nobile, si occupa di linee strategiche e informazione al massimo livello, le faccende degli appalti si regolano ai piani bassi, come sa chiunque abbia seguito le vicende del cognato di Fini produttore tv.

Sulla Rai la politica è divisa ma nemmeno troppo. Renzi, e meno ancora quelli intorno a lui, non ha la cultura per capire che più dei Tg contano i programmi di intrattenimento. È lì che la massa forma le proprie opinioni.  Ai tempi della Dc e del tg unico, i telegiornali erano rigidamente controllati, ma il Pci continuava a guadagnare voti. E poi, a scanso di equivoci, i Tg sembrano ben presidiati e sterilizzati.

Che la Rai sia scassata non dispiace a Berlusconi, che ha nominato, lui, ai suoi tempi, gente di valore ma vincolata, fin dall’epoca del Caf, a un risparmio severo. E dato che la concorrenza si gioca sul numero di ballerine più che sulle idee (peraltro Berlusconi l’editto bulgaro lo ha promulgato contro la Rai, non in casa sua), tenere corto il guinzaglio dei soldi era funzionale al miglioramento dei margini di Canale 5. Oggi, il limite sui compensi imposto alla Rai, non può che aiutare a lenire le ferite dei conti Mediaset.

Ora poi a favore di Campo Dall’Orto si è schierato il Movimento 5 stelle, un possibile forse probabile partito di maggioranza in caso di elezioni anticipate. Luigi Di Maio ha detto al Corriere della Sera:

“Se Campo Dall’Orto non va bene a Renzi è perché avrà detto qualche no di troppo, e chi dice no all’establishment, e a chi pensa di poter utilizzare la Rai a propria immagine e somiglianza, per noi deve andare avanti”.

Concetti un po’ approssimativi per la lingua italiana, ma ben comprensibili. Vedessi mai che Campo Dall’Orto sopravvive a se stesso?

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