Lavoro. I giovani danno ragione a Poletti. Relazioni meglio del curriculum

Lavoro. I giovani danno ragione a Poletti. Relazioni meglio del curriculum. Ha ragione, ma certe tavolate non si poccono scordare
Lavoro. I giovani danno ragione a Poletti. Relazioni meglio del curriculum. Ha ragione, ma certe tavolate non si poccono scordare

I giovani danno ragione al ministro Giuliano Poletti. Gli Under 35 la pensano come lui: in Italia le relazioni contano più del curriculum. Se andassero all’estero scoprirebbero che è lo stesso in tutto il mondo: razza, classe, parentela valgono più di uno stupido curriculum. I politici hanno alimentato il sogno. “Il rapporto di lavoro è prima di tutto un rapporto di fiducia. È per questo che lo si trova di più giocando a calcetto che mandando in giro dei curriculum”, ha detto Poletti incontrando gli studenti dell’istituto Manfredi Tanari di Bologna. Polemica invereconda, imbarazzante Repubblica allineata con Salvini: “Poletti finisce in fuorigioco “Con il calcetto si trova lavoro”” è stato il titolo del 27 marzo. Ma quel concetto Poletti non lo ha mai esposto. Anche il sito dell’ Espresso contribuisce alla mistificazione: “Da una rilevazione dell’istituto Demopolis tra gli under 35 emerge che le relazioni contano più del merito”. Ma la colpa è di Demopolis, il sondaggista della 7. Poletti ha parlato di curriculum, la domanda del sondaggio era su “studio, competenza”. Anche la confusione verbale contribuisce a avvelenare il clima in Italia.

Tre casi a Padova di giovani illusi dal curriculum e dal mito che un posto di lavoro è un diritto. Il dovere un optional.

Ha una laurea e un master: «Ma sa guidare lo scooter?» Posteitaliane chiama un trentenne padovano che aveva inviato il curriculum. Il giovane: «Anni di studio sprecati». L’azienda: «Si comincia sempre dal basso». Chi assumerebbe uno che a 30 anni non ha mai lavorato? Pieno di pretese, con poca voglia di lavorare

“Io, praticante sfruttato per un commercialista con la Porsche”. La denuncia di un laureato: «Lavoro da 13 mesi, mai visto un soldo. E lui a Natale alle Maldive». Ma cosa sai fare? Dovresti pagare tu che stai imparando…

 

La scuola è in balia delle mamme, ecco perché troppi giovani sono tanto scarsi. A Venezia una maestra fa scrivere 10 volte “Io sono stupido” al bimbo di 7 anni e la mamma si infuria.

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È morto Evgheni Evtushenko, poeta metà contro il potere. metà no.

Luchino Dal Verme, morto a 103 anni il conte partigiano. ATorre degli Alberi nel castello di famiglia. Si chiamava come un antenato del 1300, capitano di ventura, morto a 47 anni a Costantinopoli durante una crociata.

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Pensioni. Inps: il 63% sotto i 750 euro al mese (76,5% per le donne), ma sono numeri tarocchi, puro terrorismo sociale. La base di calcolo non include le gestioni dei dipendenti pubblici ed ex Enpals e non dice quanto hanno versato di contributi

Daniela Hamaui direttore (non direttrice) di Vanity Fair. Ha diretto L’Espresso, ha fondato D il femminile di Repubblica.

Daniela Hamaui è uno dei più capaci giornalisti italiani. Entrò nel Gruppo Espresso come direttore di D, la Repubblica delle donne. Anche se il Corriere della Sera si affrettò a anticipare l’iniziativa, con effetti devastanti sul suo ricco portafoglio di riviste femminili, fu il D di Repubblica inventato da Daniela Hamaui a aprire una nuova era per la stampa dedicata alle donne.

Culturalmente un po’ più avanti rispetto alla media dei giornalisti italiani, con una forte conoscenza degli scenari internazionali, Daniela Hamaui ingaggiò per il progetto grafico il francese Fabien Baron, già art director di Bazar e grafico di un paio di libri di Madonna. Il successo di D fu l’inizio di un nuovo rapporto fra il mondo della moda, fino ad allora confinati sulle pagine patinate delle riviste, e i quotidiani nazionali, per i quali ancora oggi la pubblicità del fashion costituisce una delle principali fonti di reddito. Nominata direttore dell’Espresso, Daniela Hamaui unì a un forte rinnovamento grafico del settimanale l’ingaggio di nuove firme nel settore delle grandi inchieste, che ancora oggi formano il nucleo più fastidioso (per i potenti) del giornale. Fu lei a scoprire Roberto Saviano, che poi la piantò per passare a Repubblica senza nemmeno informarla. I De Benedetti a un certo momento del loro percorso la volevano direttore di Repubblica al posto di Ezio Mauro. Poi improvvisamente, per ragioni mai accertate, la retrocessero alla direzione di un mensile, prima di farla uscire del tutto.

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